La regola dei due dieci - di P. Armando Pierucci

22/10/2016

La regola dei due dieci

In tutte le chiese del mondo  c'è una via infallibile  per produrre dissensi feroci e contrasti insanabili: è quella di proporre dei canti per una celebrazione eucaristica. La proposta è ancora nell'aria, che le contro proposte sgorgano come la grandine in un brutto temporale d'agosto.

Penso però che, nel quarto anno del pontificato di Papa Francesco,  possiamo trovarci d'accordo sul fatto che sia necessario ripartire dagli ultimi, dai cristiani di periferia, quelli che non hanno nessun potere decisionale e tuttavia sono la base portante e insostituibile delle nostre liturgie: i bambini e le vecchiette.

Si racconta che un uomo di modesta condizione, andando a visitare il grande filosofo Immanuel Kant, notò due aperture nel basso della porta del suo studio.

"Come mai quelle due aperture?", chiese.

 "Ho un grosso gatto e un gattino, ai quali sono molto affezionato. Ogni tanto vengono da me; così ho fatto fare due aperture: quella grande per il gatto maggiore, quella piccola per il micino".

"Ma nell'apertura grande non può passare anche il gattino?"

 "Lei ha ragione. Non ci avevo pensato".

Tutto questo non è per fare una Critica alla Ragion Pura di Kant; ma solo per dire che il primo criterio di una melodia è che tutti possano cantarla, piccoli, adulti e anziani. Si sa che i bambini hanno poche note, sebbene molto acute; mentre i vecchi le poche note le hanno nei registri bassi. Ma con poche note il Canto Gregoriano ha tessuto capolavori. Il bellissimo inno alla Spirito Santo, Veni, Creator Spiritus, ha un ambito di sette note. Il repertorio gregoriano, bisogna ammetterlo, ha uno spectrum sonoro ben più vasto: alcune melodie si espandono gioiosamente nell'ambito di due ottave; ma si tratta di passi destinati a una comunità di monaci e spesso riservate  a solisti virtuosi.

Non c'era la preoccupazione della partecipazione dei poveri contadini, e neanche della maggioranza dei monaci. E' un fatto che San Bernardo Abate (1090 - 1153), leader della Riforma Cistercense, dettò ai suoi monaci la Regola dei due dieci: i canti dovevano restare nell'ambito di dieci suoni. Al tempo stesso i melismi, che gorgheggiavano su vocalizzi perfino di cento note, dovevano fermarsi a dieci note: dieci note potevano bastare anche per la bella coda di pavone di un Alleluia del tempo pasquale.

La Regola dei due dieci è considerata una robusta picconata alle guglie del Canto Gregoriano, un contributo consistente alla sua rottamazione. Pur tuttavia S. Bernardo non ha fatto altro che tornare al principio basilare: il canto liturgico è preghiera; nessuno può essere escluso dal canto, perché nessuno può essere escluso dalla preghiera.

Per quanto deprecata, la Regola dei due dieci ha dato origine a un rigoglioso sviluppo dell'arte musicale. Pensiamo soltanto che dalle ceneri degli Alleluia sono sorte le Sequenze: non avendo il coraggio di sopprimere le infinite note dello Jubilus, si cominciò a mettere una sillaba sotto ogni nota. Così diventava facile ricordare la melodia e tutti potevano cantarla.

Le Sequenze fecero presto a diventare poesie e dramma. Un secolo dopo, con i Francescani, divennero Laudi che, intonate su poche note e in lingua parlata, coinvolsero artigiani e contadini: tutto il popolo.  Si trattava di teneri canti intorno al presepio:

 "Gloria in cielo e pace in terra:

nat'é 'l nostro Salvatore.

Nat'é Cristo glorioso,

l'alto Dio maraviglioso:

facto è omo desideroso

lo benigno Creatore".

Laudi stupende accompagnarono anche la rappresentazione della Passione del Signore e lo snodarsi delle processioni dei Flagellanti.

"La sua Madre cum dolore

 kiama e dice: "Dolçe amore,

 ohimè, Fillio e Signore,

perché fosti posto in croce?"

Testi commoventi, melodie semplici e vibranti. Purtroppo non ottennero il permesso di varcare la soglia della Liturgia. Nei Pontificali e nelle Messe Cantate si doveva usare soltanto il latino. Qualche dispensa la ottennero i popoli slavi, ma la norma  era il Latino.

Così avvenne, e per cento altre ragioni, che il Protestantesimo basò le sue liturgie e la sua catechesi proprio sul canto corale, intonato da tutta l'assemblea. Ora l'ambito sonoro dei Corali, così  vennero chiamati i nuovi canti sacri, è proprio quello del Canto Gregoriano. Il celebre corale O Capo insanguinato, che è il leit motiv della Passione secondo S. Matteo di Bach, impegna soltanto otto note. Sono le note che i ragazzi e gli anziani, quindi tutto il popolo di Dio, hanno nella loro gola.

Penso proprio che intanto possiamo trovarci d'accordo sul primo criterio del canto sacro: un canto senza barriere sonore per nessuno.

Armando  Pierucci     

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